EDUCAZIONE E MASS-MEDIA

PIO BALDELLI

Alcuni esempi immediati, spiccioli, in modo che sia comprensibile quanto sto per dire.

Primo esempio. Qualcuno di voi segue la partita di calcio, la domenica. Domando: « Chi viene avvan­taggiato circa il vedere, capire, notare, annotare: colui che se ne sta lontano dal gioco di calcio, dal­la partita vera e propria, magari la segue in televi­sione, o colui che, per esempio, sta a ridosso della partita, a un palmo (si potrebbe dire) dei giocatori, e quindi crede di averla in mano? Ovvio che colui che guarda il televisore certe volte riesce a coglie­re particolari che sfuggono anche all’arbitro, certe malizie, mosse malevoli « sotterranee », contorta-mente avvedute, che i giocatori compiono nei con­fronti di altri giocatori. Ho avuto occasione di vedere (non è un’insinuazione) le « corna » alle spalle dell’arbitro. La mossa spiccava all’occhio del momen­to che seguivo la partita in televisione: quasi nes­suno, se il giocatore era furbo, sarebbe riuscito a vedere stando magari a due passi di distanza.

Secondo esempio. Prendete i fumetti che leggono i bambini. Guardate con quale sveltezza ormai venga praticato il montaggio delle immagini: tra un’im­magine e la successiva immagine non esiste un rapporto di conseguenza magari da alfabeto ele­mentare: non esiste il montaggio per cui il bambi­no riesca, alacremente, con sveltezza d’occhio e di intelligenza, a connettere le due immagini e a capi­re in che cosa la prima leghi con la seconda. Ci so­no persone anziane che non riescono, per quanto « letterate », a capire quale sia il rapporto e la con­nessione, la sintassi insomma, che lega un’imma­gine all’altra in un normalissimo fumetto.

Prendete, ancora, un esempio. Saltando di palo in frasca: l’esempio del turismo.

Oggi, a differenza di quanto accadeva qualche de­cennio fa, i giovani sono abituati a girare per il mon­do sacco in spalla, capaci di dare un’occhiata altrove, oltrepassando la sfera e l’ambito del pro­prio paese o provincia o patria. Giorni fa ero ospite di un gruppo di ebrei, dovevo fare un intervento: sono rimasto stupefatto della differenza non solo di generazioni ma anche di intelligenza tra il vecchio’ ebreo (non esprimo un giudizio morale) e un grup­po di giovani. Li ho visti, pur essendo corregionali, disputare accanitamente. Su che cosa? I giovani erano stati in viaggio e avevano incontrato palestinesi e israeliani; erano stati in Israele e avevano vi­sto le distinzioni e i contrasti di opinione che fio­riscono anche in Israele: il vecchio ebreo era inte­gerrimo, duro, incapace di capire che cosa di nuo­vo sta avvenendo. Ecco allora un elemento inedito: viaggiare, muoversi, aprire gli occhi, guardare il mondo oltre la propria sfera e le proprie pareti au­menta la dose di intelligenza e di comprensione e, dunque, anche di « avvicinamento ».

Altro episodio: la vecchia vicenda per cui se apro un libro di storia, un libro di morale o di predicazio­ne, trovo che la pace e la guerra vi stanno come fossero eventi successivi e ineluttabili: la morte, la guerra. Anche qui mi pare che prosperi una larga forma di analfabetismo: quanti adulti, anche se in­segnanti, ignorano che cosa significherebbe oggi, a proposito della morte e della vita, una guerra ato­mica. Ne sentono vociferare, ne parlano magari, ma ormai come una pura cacofonia; si dice di avverti­re un « rumore », ma nei fatti ecco ancora una ca­renza di alfabeto. Dunque, devo dire in che senso esista un analfabetismo montante (e non sempli­cemente stazionario). Prendete la natura dei linguaggi contemporanei, (gli audiovisivi) e cerchia­mo di tradurla in maniera semplice e chiara. Pren­do, per esempio, il cinema: in che modo il cinema introduce una qualche forma di alfabeto e una di­versa alfabetizzazione? Insomma, siamo oltre A, B, C …. zeta. Naturalmente, guai ad essere analfabeti anche in senso tradizionale. Per esempio, il cine­ma, dalla sua nascita, oggi in maniera complessa, giuoca su due elementi apparentemente contrastanti che, in realtà, operano in maniera concomitante. li primo elemento, sono cose elementari, del lin­guaggio cinematografico sta nel fatto che il linguag­gio cinematografico espone figure verosimili. Cosa vuol dire « verosimili »? significa che quando hai pa­gato il biglietto d’ingresso e entri in un luogo di proiezione buio, qui si assopiscono i « poteri di al­larme »: sei investito da una sorta di verosomiglianza perché se dici a parole che tizio va di qua e li, sullo schermo lo vedi, lo percepisci veramente nel movimento e non afferri che sia a due dimensioni, che manca il « volume » reale nella figura che si muove: quando la « stupenda » ragazza abbraccia o si fa baciare dal gagliardo giovane si tratta di un verosimile: quasi ti identifichi. Questo evento costi­tuisce un elemento del linguaggio cinematografico, la sua verosomiglianza. Ma, al contrario, il linguag­gio cinematografico opera (e per questo ha una pre­sa particolare). Non importa se oggi cala il numero degli spettatori perché poi numerosi film (purtrop­po in maniera distorta) arrivano peri canali della te­levisione.

La gente se ne sta imbambolata davanti al televi­sore a vedersi films su films. Voglio dire che l’altro elemento (concomitante) del linguaggio del cinema consiste nel fatto che il cinema si esprime in ma­niera favolosa. Direte: ma come vanno d’accordo le due cose (verosomiglianza e favole).

Eppure proprio questa combinazione fa lo specifi­co del linguaggio: da una parte ti fa vedere cose che sembrano vere, tanto che lo spettatore viene disarmato della sua diffidenza o distacco. Ma, al tempo stesso, il cinema ti fornisce elementi favolo­si, appunto l’attrice straordinariamente attraente e le avventure mirabolanti: il cowboy infila una dozzi­na di pellerossa, e via di questo passo.

Esiste sempre, dunque, un elemento favoloso, guai se questo scarto: lo spettatore comincerebbe ad allarmarsi e non sarebbe contento. Quindi lo si ap­poggia mettendo, contemporaneamente, proprio il massimo potenziale del linguaggio cinematografi­co: gli offri le cose verosimili a cui ha fatto l’abitudi­ne. insieme, però lo consoli: eccoti una fiaba. Dura poco, poi si spegne lo schermo e accendono le lu­ci di sala; esci, vedi la persona che ti sta antipatica, la vita normale ti turbina intorno, gli scocciatori del consumismo, ecc. Insomma, per un po’ la cosa fun­ziona. Ecco, detto in soldoni, un aspetto del nuovo alfabeto, il linguaggio cinematografico.

Il linguaggio televisivo ha, ovviamente, una natura diversa.

Sono stato in Parlamento per una legislatura e so che un assillo fondamentale dei politici sta nell’ac­certarsi per quali vie contorte si possa impedire al­la televisione di andare in diretta: quando, per esem­pio, il presidente dei Senato, nella sua corpulenza, compie un errore « in diretta», l’errore diventa irri­mediabile: hai voglia a dire precipitosamente: « cen­suriamo » (dopo in seconda visione). Ecco che il mondo politico, ha paura della « diretta », intervie­ne e comincia a brontolare: cosa diseducativa, di­ce, potrebbe essere « perniciosa », si mostrano cose un po’ troppo scanzonate o impertinenti, la gente va sempre considerata adulta, « cresciuta », biso­gna farla crescere: a dunque occorre un po’ di pac­cottiglia. Ne consegue che il linguaggio della televisione viene snaturato: lo si « accomoda » mentre la caratteristica del linguaggio televisivo, dove veramente arriva in maniera fulminea, sta nella diret­ta: una cosa avviene e tu non sai come va a finire: l’emozione consiste nel fatto che piombi in una decisione sulle cose che stanno per accadere (nei rari casi in cui la « diretta » viene offerta e trasmessa anche sulle reti secondarie).

Altro elemento dei linguaggio televisivo: la televisio­ne opera nell’interno della vita casalinga: sei nel cer­chio familiare, e tuttavia ti viene addosso l’impeto dalla vita contemporanea.

Se non si padroneggiano questi strumenti oggi si piomba nell’analfabétismo. Hai voglia a proclama­re che hai letto la Critica Ragion Pura » di Emanuele Kant: non significa niénte perché sai riferire la « trama » del pensiero di Kant ma non riesci a girarti intorno: qualunque ragazzetto che sia svelto ti inginocchia. lo ho insegnato, parecchio tempo fa, per alcuni an­ni, nella scuola media superiore. Adesso ho la cat­tedra di comunicazioni di massa in sede universi­taria: la cosa non cambia granché.

Provate a dire come viene esposta la storia dell’ar­te nei libri di testo e nelle antologie. Purtroppo gran parte degli insegnanti presenta una inquadratura « talmudistica »: vaie a dire: ecco qui l’arte, tu devi solo accoglierla come il santissimo sacramento dell’altare. E no: l’emozione dell’esperienza artistica sta nel fatto che i ragazzi riescono a capire. Se si rie­sce a spiegare al ragazzo che anche « la sera del dì di festa » di Leopardi non nacque da un parto perfetto e « compiuto », nella mente di Leopardi, si racconta una balla: qualsiasi grande opera d’arte, compreso lo smisurato romanzo tolstoiano « Guer­ra e pace », ha conosciuto un affaticamento, una serie di errori e di ripensamenti. Che vuol dire que­sto? Vuol dire che avverti che l’interlocutore (il gran­de scrittore o musicista o altro) invece che un padre eterno, come una persona particolarmente dota­ta fatica proprio come te: un uomo, una donna. Per esempio, prendete « La sera del di di festa » di Leopardi. Non ho tempo per ripercorrere gli « scarta­facci », le correzioni successive; ma oggi l’ho qui sotto gli occhi, leggo i primi versi: « Dolce e chiara è la notte e senza vento e questa sovra i tetti e in mezzo agli orti / posa la luna e di lontan rivela / se­rena ogni montagna… ». Voi sentite che chiarezza e concretezza, quasi a toccare con mano. Provate a controllare se Leopardi di getto ha scritto negli stessi termini in versioni precedenti. Neanche per sogno; inizialmente leggevi: « si riposa », quasi una donnona pesante che stava li, sopra i tetti: ed era Leopardi, non uno scrittore qualsiasi.

Secondo esempio: io sono stato amico di Zavattini: guardate, a proposito sempre del modo in cui si cambiano le cose. Aprite un libro di storia del ci­nema: a un certo punto si parla di Ladri di bici-elette oppure di Umberto I: quasi sempre appare subito la firma del regista De Sica, e poi si legge che sceneggiatore di De Sica era Zavattini. Non è vero: io ho lavorato un anno intero con Zavattini (mi ricordo che andava sempre avanti e indietro nella sua stanza, a via S. Angela Merici, Roma) e vi pos­so garantire (con documenti), e De Sica non ha mai smentito le cose che in proposito ha scritto.

La spina dorsale di « Ladri di biciclette » appartie­ne a Zavattini. Zavattini non avrebbe ottenuto l’esi­to finale: non aveva la dolcezza, la finezza limpida e morbida che aveva De Sica. Ma la nervatura, la spina dorsale di queste opere appartiene a Zavattini. Vai a spiegare questa cosa, fallo sapere ai ci­neasti o alla gente che si occupa di cinema: sono scandalizzati, dicono che Zavattini era semplice­mente un collaboratore. Vedete che l’analfabeto ar­riva anche a questi livelli; noi dobbiamo operare non solo un intervento a proposito dei vecchi alfabeti ma anche una nuova forma di alfabetizzazione. Per esempio, circa il proprio territorio, lo sono un ma-niaco dell’andare a piedi: l’Italia è così incredibil­mente piena di sorprese che puoi si arrivare in auto ma poi si va a piedi: e allora fioccano le scoperte. Molti miei studenti universitari (gagliardi, con forti gambe ecc.) o studentesse (avvenenti, capaci di an­dare in campagna per altre cose) non s’erano mai mosse: gli ho nominato 4, 5, 10 colline intorno a Fi­renze, poco distanti ecc. Niente perché è una fati­ca, forse un giorno c’andrò con la macchina se mi ci porta (lui o lei). Ma no. Anche questa è una for­ma di perdita dell’alfabeto, l’alfabeto del proprio territorio. Sembra un’epoca, questa nostra, ordina­ta, nel senso di un ordine, chiusa ferreamente in organismi e organizzazioni, scandita in cerchi sigil­lati, senza spazi oscuri. Ed ecco, a contrasto, l’a­pertura a spazi favolosi, a segnali di catastrofi, l’affidamento a sogni iperbolici: epoca di percorsi tra le stelle e segnata dalla scoperta inaudita dei sin­goli. lo sono vissuto per anni affidandomi alla lotta di classe, ed ero arrivato al punto da non accorgermi quasi delle singole persone. Vi assicuro che in questo momento mi interessa molto più la cono­scenza di una singola persona (ma interna, fino in fondo) senza spossessarla, che non l’intera storia della lotta di classe. Per chi mi conosce queste pa­role potrebbero sembrare una specie di peccato mortale; ma, lo asserisco perché è una scoperta ine­briante conoscere le persone, una dopo l’altra; non farlo significa entrare in un tunnel nero di analfa­betismo.

Epoca, dunque, di percorsi fra le stelle ma anche segnata dalla scoperta inaudita dei singoli, una persona o l’altra, irrelate. Epoca del massimo d’in­formazione e di alfabeto ma anche di disinformazione globale, di spaventoso analfabetismo.

« Se dai un pesce a chi ha fame, lo nutri per un gior­no; se gli insegni a pescare gli dai da mangiare per l’intera vita », asseriva Confucio.

Alle soglie del nuovo millennio l’antichissima frase di Confucio riepiloga con chiarezza la lotta urgente contro l’analfabetismo nel mondo: una metafora per spiegare che l’importante non è soddisfare la fame di un momento, ma fornire ad ogni individuo gli stru­menti per procurarci, giorno dopo giorno, senza l’aiuto di nessuno, il proprio cibo. Ma 100 milioni di persone sparse nel globo, nei paesi poveri ma in quelli cosiddetti ricchi, tra miseria e opulenza, ancora non hanno imparato a « pescare », sono incapaci di leggere, di scrivere, di far di conto. Ac­canto a loro avanza una nuova e sterminata cate­goria di emarginati: laureati o no che siano: eruditi, ma rimasti indietro, ignorano l’esistenza dell’intelli­genza artificiale e i confini della scienza: sono gli analfabeti del nostro tempo, gli inermi di fronte a computer e calcolatrici, gli inetti davanti a un bol­lettino postale o un versamento bancario, destinati quindi a una perenne vita subalterna, da sudditi. Le Nazioni Unite hanno proclamato il 1990 anno in­ternazionale dell’alfabetizzazione. Insomma, il mon­do d’oggi è una continua rincorsa od oscillazione tra l’informazione e la catastrofe, un campanello d’allarme per un fronteggiamento vittorioso dei poveri del mondo contro i signori delle parole.

Da Rivista L’insegnante specializzato, 1/90

ISFAR viale Europa 185/b Firenze, info@isfar-firenze.it, www.isfar-firenze.it

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