IL DISEGNO: UN MODO PER PARLARE DI SÉ

TIZIANA CORSINI
 MARIA FARISEI
GUIDO PESCI

Evoluzione grafo-pittorica

Tra le ricerche scientifiche e le teorizzazioni che ne sono derivate, riteniamo utile prendere in conside­razione quella dei Louquet e di Harris. Il Louquet, pur non essendo stato il primo ad avere considera­to l’evoluzione delle teorie stadiali, è sicuramente colui che ha dato all’argomento una sistematizzazione più puntuale. La teoria non è recente, ma mol­te affermazioni sono ancor oggi valide.

Il Louquet interpreta lo sviluppo delle capacità grafiche di un bambino sulla base di: 1) concetto di dello interno; 2) concetto di realismo.

Per il Louquet l’oggetto da disegnare prende for­ma da un’immagine visiva, che non è necessariamente la riproduzione fedele di un oggetto, di un modello percepito, ma è una ricostruzione origina­le, un oggetto interiorizzato, ricostruito all’interno, e questa ricostruzione interna dà origine a quello che viene definito il « modello interno». Perciò, qualunque sarà il risultato grafico obiettivo, dobbiamo di­re che ogni disegno di un bambino è fondamentalmente realistico, laddove, per realismo, intendiamo qualsiasi elaborazione personale della realtà percepita, ed è realistico perché ha la funzione di rappresentare sempre qualcosa.

Secondo il Louquet esiste una sequenza predeter­minate dell’evoluzione degli stadi: Realismo fortuito, Realismo mancato, Realismo intellettuale, Realismo Visivo, Esaurimento grafico.

1) Il Realismo fortuito corrisponde alla fase dello sca­rabocchio, in questa fase il bambino produce una traccia grafica e poi Io significa con un nome.

2) Realismo mancato, il quale è dato dal fatto che il bambino, intenzionalmente, chiede di disegnare qualcosa; ciò prima decide cosa vuol disegnare, ossia determina l’idea, e poi la realizza. Questa realizzazione avviene in un’età molto precoce (2-3-4 an­ni), quando ancora i movimenti fini della mano e la coordinazione oculo-manuale sono scarsamente sviluppate ed il bambino è ancora n una fase di discontinuità dell’attenzione, ed è incapace di sinte­tizzare le relazioni tra i vari elementi del disegno. 3) Realismo intellettuale. Ha inizio verso i 5 anni e dura fino ai 9 anni. Questo stadio è caratterizzato dai fatto che il bambino disegna non quello che ef­fettivamente percepisce di un oggetto, ma quello che sa; quindi finisce col disegnare degli effetti che, dal punto di vista dell‘osservatore, non sareb­bero percepibili e tralascia, invece, degli elementi che sarebbero fondamentali per il disegno, ritenuti da lui non importanti. Questo stadio è globalmente testimoniato da quelli che definiamo gli errori grafi­ci. Uno degli errori grafici più frequenti è quello definito fenomeno della trasparenza: il bambino dise­gna le gambe sotto i pantaloni, perché sa che ci sono e non ha importanza che non si rodano, una casa vista dall’esterno, ma in cui vengono disegnate le cose che vi sono dentro, un treno con le perso­ne affacciate ai finestrini, di cui disegna non solo la testa, ma tutta la persona: il conosciuto, il noto diventa dominante rispetto al percepito.

4) Realismo visivo. Questo stadio parte, solitamen­te, dai 9 anni, ed è caratterizzato dalla presa di coscienza, da parte del bambino, delle contraddizioni interne dei suoi disegni, quindi, gradualmente, cerca di eliminare e comincia a rappresentare solo ciò che è visibile. Dunque realismo visive come ca­pacità di rappresentare il più fedelmente possibile la realtà esterna. E la fase degli stereotipi, in cui il bambino impara a disegnare certe cose che gli so­no piaciute e le riproduce sempre uguali. Abbiamo quindi un appiattimento dell’espressione originale, fino ad arrivare a quello che viene definito lo stadio dell’esaurimento grafico.

5) Esaurimento grafico (periodo della pubertà), che, solitamente, va di pari passo con l’aumento della capacità verbale e, quindi, il linguaggio parlato, la parola in tutte le sue forme diventa dominante rispetto all’immagine.

Più recentemente, rispetto a Louquet, Harris nel 1963, sintetizzando un po’ tutta la letteratura preesistente sull’argomento, è giunto un po’ alla constatazione che nell’evoluzione del disegno infantile si evidenziano, fondamentalmente, tre ampie fasi. La prima è quella dello scarabocchio, la seconda quel­la del disegno rappresentativo e la terza del dise­gno astratto.

A queste teorizzazioni dobbiamo aggiungere che la prima forma di disegno è la traccia grafica, ossia quella traccia che il bambino lascia ad esempio con la bavetta sul seggiolone o con le mani sporche di pappa sul divano o sul muro. Un modo per il bam­bino di scoprire, spesso, che in un gesto, inizialmente casuale, ha lasciato un segno, rappresenta per lui un elemento nuovo del mondo. Una esperienza che va rinforzate ed incoraggiata.

 

Analisi interpretativa dei disegni

Sostanzialmente, per l’analisi interpretativa dei di­segni, si tende a seguire due grosse disegni l’a­nalisi del disegno come spia dello sviluppo sogni[ira e come proiezione dello sviluppo affettivo.[1]

1) L’analisi del disegno, inteso a definire lo sviluppo cognitivo del bambino, permette di valutare la qualità dell’intelligenza, ossia il livello di sviluppo che il bambino ha raggiunto rispetto la media dei suoi coetanei.

Certamente l’interpretazione di un disegno non è come un «test a griglia », non si tratta di avere una « griglia », metterla sopra il disegno e dare una va­lutazione; anzi è dall’analisi di più disegni che pos­siamo intuire, capire, mettere a fuoco la fase di sviluppo che il bambino sta attraversando.

2) La seconda direttrice, l’interpretazione del dise­gno come proiezione dello sviluppo affettivo, è il risultato degli studi di tipo psicoanalitico. I singoli disegni dell’albero, della figura umana, della famiglia sono da interpretare basandosi appunto sulle teorie analitiche dello sviluppo affettivo del bambi­no. Ciò che occorre sempre aver presente nell’in­terpretazione e nella valutazione del disegno infantile è la cautela e la consapevolezza che dise­gni molte volte per noi assolutamente oscuri, han­no invece, per il bambino, un giusto senso ed una precisa logica. Il problema è che spesso la logica del bambino non è quella dell’adulto, e che l’adul­to, rispetto al bambino, ha solo più forza e più tere, non necessariamente più ragione.

Fatta questa premessa cerchiamo ora di vedere qual è il significato simbolico, non tanto dei singoli disegni, ma delle componenti del disegno. Le com­ponenti fisse di un disegno sono: 1) La collocazio­ne in uno spazio (valore dell’uso spazio-foglio); 2) La prevalenza di andamento delle linee (tratto cur­vo o retto, linea fluida o interrotta); 3) La pressione delle linee.

Questi sono gli elementi grafici fondamentali, che ritroviamo poi anche nella scrittura. Il disegno, rispetto alla scrittura, ha solo un elemento aggiunti­vo, l’uso del colore. Vediamo ora come possiamo interpretare il disegno in base ai parametri suddetti.

Uso dello spazio del foglio

Il foglio è l’ambiente in cui il bambino si muove, ed il modo in cui esso si muove all’interno dello spazio-foglio è indicativo del modo in cui il soggetto si po­ne nei confronti di se stesso in rapporto all’ambien­te. L’uso dello spazio-foglio è quindi la risposta simbolica al processo di identità e di identificazio­ne ed esprime la capacità che il soggetto ha di per­cepire e di collocarsi a livello fisico, psichico ed intellettivo.

Cominciamo col delimitare lo spazio, La prima sa che dobbiamo vedere è come sono stati collocati i margini, perché, per definizione, ogni spazio ha un limite.

Nell’uso dello spazio dobbiamo considerare se il di­segno, preso in considerazione, è un disegno « monotematico » o un disegno « a scene ». Se il disegno è « monotematico » dobbiamo considerare che un uso equilibrato dello spazio presuppone l’utilizzo di due/terzi (2/3) della superficie disponibile. Se il segno è « a scena » il problema è vedere come i vari elementi delle scene sono distribuiti nello spa­zio. Nella lettura del disegno non consideriamo oc­cupazione dello spazio lo sfondo. Lo sfondo non è una occupazione dello spazio, anche perché ci sono bambini a cui viene insegnato che non si la­scia niente bianco, ed allora riempiono lo sfondo di colore: di cielo, di terra, di mare, ecc…

L’equilibrio dello spazio si ha quando nell’utilizzare figure monotematiche, queste si situano in una po­sizione abbastanza centrale.

Un modo di utilizzare lo spazio invece è anche quel­lo di non rispettarlo. Ci può essere una tendenza ad uscire dai margini del foglio: un disegno molto grande, una coscienza esasperata di sé, un senso dell’lo imponente. Uscire dai margini è invadere uno spazio non proprio; una invasione di spazio che può avere origini diverse: nei bambini piccoli può esse­re una mancanza di coordinazione motoria, nei bambini più grandi potrebbe evidenziare problemi nel controllo motorio, come pure una uscita dai mar­gini può avvenire per un eccesso di vitalità: testi­monianza che il proprio ambiente non basta, e quindi si rende necessario un altro ambiente.

Di contro chi riduce lo spazio, chi fa disegni molto piccoli, indica una forma di inibizione: si tratta di un soggetto che si restringe lo spazio d’azione, una persona che si sente soggetto di minor diritto, una forma dunque di autolimitazione, di auto-inibizione.

Ogni parte del foglio ha un suo significato.

  1. a) Nell’analizzare la posizione del disegno dovrem­mo dividere il foglio a metà; quindi, rispetto alla ver­ticale avremo una parte sinistra ed una parte destra.

Il bordo sinistro del foglio rappresenta, simbolicamente, l’origine, quindi il proprio passato, la madre intesa come rapporto affettivo primario, il mondo af­fettivo, il mondo interiore.

A destra abbiamo tutto il contrario: il padre, che è l’elemento che rompe la diade madre-figlio, che por­ta il bambino fuori dalla simbiosi primaria, per creare le relazioni. Perciò, a destra, abbiamo i rapporti con gli altri, la socializzazioni, il futuro, l’esteriorizzazione dei propri vissuti emotivi.

Se ci rifacciamo alla tipologia junghiana dell’introversione, possiamo dire che l’introverso sta a sini­stra e l’estroverso a destra.

Se a sinistra abbiamo il passato e a destra abbia­mo il futuro, l’uso corretto dello spazio dovrebbe essere lo spazio centrale, che rappresenta il presente, un presente che è fatto di memoria del nostro pas­sato e di proiezione e fiducia nel futuro. Ne deriva che l’uso del foglio dovrebbe avere una leggera prevalenza a destra; ma ciò, almeno per i soggetti fino a 10 anni, la prevalenza è a sinistra. D’altra parte i bambini hanno una dipendenza reale dalla fi­gura materna, una necessità di consolidare il pro­prio mondo affettivo interiore e quindi un rinchiudersi di più nell’area della parte sinistra.

Ciò che più conta tuttavia è il prendere in conside­razione non tanto la leggera prevalenza a destra o a sinistra, ma tutte le figure schiacciate al margine destro o sinistro.

Una figura schiacciata a sinistra, significa che il sog­getto è rimasto fortemente legato alla propria interiorità, al proprio mondo affettivo; un soggetto che ha difficoltà a staccarsi e ad elaborare il rapporto simbiotico con la figura materna, difficoltà di rap­porto che può nascere o da una madre iperprotettiva, troppo presente, che inibisce la spinta di autonomia del figlio, o da una madre affettivamen-te carente. La carenza e l’eccesso provocano lo stesso danno.

La figura schiacciata a sinistra ha significato di una certa lentezza nell’apprendere; del resto il processo di apprendimento richiede la capacità di abbandonare idee vecchie per accettare idee nuove e, quindi, di integrarle, di sedimentare l’ap­preso.

Di contro, una figura schiacciata a destra ci propo­ne in presenza di soggetti alla continua ricerca di una attività, un grande bisogno di affermazione per­sonale che, se è ben sostenuta, possono realizzarla, ma, se ci sono dietro delle carenze, saranno soggetti che non riescono a rendersi conto dei pro­pri limiti.

Dal punto di vista dell’apprendimento questi sog­getti sono, in genere, persone molto curiose, molto portate al nuovo, ad andare avanti, però con un ri­schio: dopo che hanno letto una volta una cosa, non la rileggono una seconda, perché quella cosa lì è già vecchia, non è più nuova. In genere sono per­sone che hanno una capacità intellettiva molto for­te, a volte precorrono un risultato ed intuiscono una soluzione, salvo poi non sedimentare l’appreso ed il loro processo di memorizzazione può essere molto labile. In genere sono bambini che chiedono sem­pre cosa faranno dopo, scattano subito in una fase successiva ed è chiaro che questo può provocare altrettanti danni.

Il bambino che è tutto a sinistra va preso per mano e guidato; l’altro, invece, è difficile da fermare. Questo spostamento dei margini, da una parte e dall’altra, lascia delle zone vuote; la zona vuota è la zona di cui il bambino ha paura, è la zona che non si fida di affrontare.

Chi disegna tutto a sinistra, lascia vuota la parte de­stra, quindi ha paura del mondo, del futuro, dell’e­sterno; tutto quello che è azione, relazione socia­le, gli altri, il mondo, sono fonte di ansie, di paure, sono elementi che vanno affrontati con estrema cautela.

Chi sta tutto a destra ha paura invece della propria interiorità, ha paura di fermarsi, di pensare o di ren­dersi conto dei propri vissuti emotivi. Inoltre a de­stra abbiamo la società contrapposta alla famiglia, la famiglia come nucleo originario; quindi chi dise­gna tutto a destra tende a mettere in atto un distac­co troppo precoce dall’ambiente familiare, distacco che, a volte, può essere pericoloso, perché può pro­vocare delle forme di insicurezza affettiva ed emotiva.

  1. b) Divisione del foglio in tre parti, che rappresenta­no simbolicamente la topica freudiana dell’individuo.

Abbiamo la parte bassa che è la parte dell’Es, dei bisogni primari, delle pulsioni, la parte che ci tiene, psichicamente e fisicamente, piantati per terra. Poi abbiamo la parte centrale, che è la parte dell’lo, cioè la funzione conscia dell’individuo, il pensiero, la ra­gione, la logica, la volontà operativa, le strutture con­sce che ci servono per adeguarci e per capire la realtà circostante. Infine la parte del Super-Io, la zo­na delle idealità, della fantasia, delle aspirazioni, il Super- Io inteso come modello dell’lo, che è la per­fezione verso cui tutti tendiamo.

È ovvio che per definizione il modello ideale è un modello irraggiungibile, altrimenti non sarebbe idea­le, ma la tensione a raggiungerlo deve essere una tensione plausibile. Se il modello ideale dell’lo è troppo elevato, può provocare, infatti, scoraggia­mento e depressione.

Il disegno dovrebbe essere collocato nella fascia mediana, ma toccare sia la parte alta che la parte bassa del foglio.

Se abbiamo un uso predominante della parte bas­sa, spesso il disegno non supera la metà del foglio, si ferma molto prima. A volte ci sono bambini che sopra disegni piccoli mettono la linea del cielo a me­tà del foglio; quindi tutto viene compattato nella par­te bassa. In questo caso c’è una forma di inibizione, di depressione, perché la zona bloccata è proprio quella della idealità; quindi la sensazione di fondo è quella di non poter raggiungere il proprio model­lo ideale. Sono soggetti che hanno bisogno di turare le istanze primarie; soggetti molto legati al concreto al tangibile, al materiale, che potrebbe es­sere anche un rapporto affettivo molto agito, molto tattile.

Bambini che disegnano nella parte bassa hanno bi­sogno di manifestare i propri sentimenti e di sentirsi manifestati proprio fisicamente; hanno bisogno della coccola, dell’abbraccio. Sono, in genere, bam­bini stabili di carattere, perché soddisfano questi bi­sogni di aderenza al reale, ma sono bambini privi di entusiasmi, non riescono ad affascinarsi ad .un’i­dea, poiché appartiene al mondo dell’astrazione e non li interessa più di tanto.

La parte alta del foglio è la zona del Super-Io (cen­sore, norma, regola, divieto).

I soggetti che disegnano nella parte alta del foglio sono soggetti in cui si presuppone la presenza di un Super-Io piuttosto rigido, ad esempio una figu­ra genitoriale rigida e troppo presente, ciò che può essere inteso in senso autoritario (classico), oppu­re troppo presente, nonostante assente fisicamen­te, perché la madre continuamente lo richiama alla mente del figlio (« quando torna lo diciamo al papà…), oppure, ancora, nel caso in culi genitori en­trano in competizione con i loro figli, e qualsiasi cosa il soggetto faccia, è un continuo ricordargli che loro, alla sua età, lo facevano meglio di lui.

Il Super-Io molto rigido è proprio di quelle persone che tendono all’evasione fantastica e quindi, diffi­cilmente, risolvono in modo concreto un problema, ma tendono ad aggirarlo. Si astraggono dalla real­tà e fuggono dalla realtà, in modo strutturato, non seguendo un’avventura mentale, ma vagando con il pensiero.., l’importante è non essere li in quel mo­mento, perché la richiesta concreta della realtà crea ansia.

  1. c) Interpretazione dell’uso dei quadranti angolari. Intendiamo con quadrante angolare un uso dello spazio, piccolo e molto settorializzato. Abbiamo par­lato dell’uso della parte alta e bassa del foglio, ma possiamo avere un uso dello spazio che è, per es.: in alto a destra, oppure in basso a sinistra, ecc… Questi spazi si chiamano quadranti angolari e so­no quattro.

Analizziamo il primo, che è quello in basso a sini­stra. Questo è l’angolo dei conflitti e delle pretese; pretese di tipo affettivo, per creare un rapporto for­temente simbiotico e materializzato.

Dall’altra parte abbiamo il quadrante in basso a de­stra. Un bisogno di realizzazione dell’lo, proiettato nel futuro; quindi una certa caparbietà nell’afferma­zione personale e un bisogno di ottenere tale affer­mazione ad ogni costo.

La parte alta a sinistra è la parte legata ai concetti di fantasia idealità, fantasticheria; inoltre la sinistra rappresenta l’introversione, la regressione all’inter­no di sé. L’uso di questo quadrante appartiene a quei soggetti che vivono di nostalgia, e, quindi, so­no sempre, idealmente, rivolti all’interno di sé, del proprio passato. Tendenzialmente chi usa questo spazio può avere le contraddizioni, il disagio emo-zionale di tipo nevrotico in senso classico, dove, con il concetto di nevrosi, s’intende questa difficoltà ad accettare, in modo fluido, la realtà esterna e ad en­trare in relazione con essa.

Infine abbiamo la parte alta a destra. Questo è il quadrante più pericoloso, perché abbiamo, da un lato, la proiezione al futuro (parte destra), dall’altro però, non abbiamo il radicamento alla realtà, ab­biamo un vivere a livello fantastico. Tutto ciò può diventare la ribellione alla propria realtà, al proprio passato, alla propria storia: una ribellione fine a se stessa. Questo quadrante potrebbe essere quello più interessato dal disegno, quando alla base ci soi no delle situazioni a sfondo psicotico o comunque una personalità a rischio, con tendenza a vivere la realtà soggettiva come più forte della realtà og­gettiva.

Analisi delle linee

Oggi siamo abituati a considerare le linee come un tracciato ricco di contenuti, non solo estetici, ma an­che emotivi e mentali, sia consci che inconsci.

Le grosse direttrici di interpretazione ci danno questi valori: una situazione di rilassamento, di benesse­re e tranquillità interiore produce un tratto fluido, am­pio, allargato, armonioso.  I soggetti con grossa carica di energia vitale tendono a fare dei disegni piuttosto abbondanti, ad espandere il movimenti, a spingere le linee verso l’alto, mentre il malessere tende a comprimere il segno, a spezzarlo, e si pre­senta premuto, compresso.

L’aggressività invece esaspera i tratti, rompe le li­nee, crea degli spigoli, delle punte, degli svolazzi. Nello spigolo e nella punta quello che graficamen­te avviene è un mutamento repentino di direzione; il tratto si interrompe per scattare da un’altra parte. L’ipoevoluzione tende a creare dei tracciati corti, po­co elaborati e poco differenziati.

I soggetti evoluti invece differenziano il tratto, alter-nando linee brevi e linee lunghe, tratto curvo e trat­to rettilineo, con diversa pressione.

Ogni persona si differenzia nel segno: si possono avere persone in cui predomina il tratto curvo e per­sone in cui predomina il tratto rettilineo. Per questo occorre tenere a fronte molti disegni, anche perché l’andamento del tratto è molto spesso determinato dall’oggetto da rappresentare.

Il tratto curvo. La tendenza ad arrotolare gli elementi segnici dimostra capacità di adattamento del sog­getto, il quale si adegua, segue la sinuosità della realtà. La predominanza di tratto curvo appartiene a quei soggetti che sanno stare con gli altri, che han­no bisogno di essere accettati, di appartenere ad un gruppo. In genere poi, chi ha un tratto curvo, tende ad affrontare l’esterno, gli altri, con una buo­na dose di fiducia, perché si aspetta che l’altro sia sempre benevolo nei suoi confronti.

Il tratto rettilineo. Il tratto rettilineo è dato dalla pre­senza di un gran numero di linee rette. Può essere anche angoloso, ma non necessariamente. Che co­sa differenzia il tratto rettilineo da quello angoloso? Il tratto rettilineo tende ad unire le rette, arrotondando lo spigolo, mentre il tratto angoloso accentua lo spigolo.

C’è una fase in cui il tratto angoloso è nettamente dominante, ed è nei maschi intorno ai 10-11 anni. Questo appartiene ad un processo evolutivo molto ben definito.

Il tratto rettilineo ha come caratteristica psicologica fondamentale quella dell’indipendenza (cioè il con­trario di quello curvo). Infatti denota una certa diffi­coltà di adattamento, una forma di diffidenza iniziale, una tendenza ad osservare gli altri un po’ da lonta­no, a prendere le distanze, poiché tutto quello che è nuovo e diverso tende a creare uno stato iniziale di ansia. In genere sono soggetti facilmente vulne­rabili ai richiami, e la reazione esterna può essere quella della rabbia o dell’indifferenza.

Mentre nel soggetto estroverso, con un tratto cur­vo, il rimprovero può sollecitare un bisogno di su-peramento del problema, per farsi nuovamente accettare, il soggetto introverso accentua l’elemento di chiusura. Anche dal punto di vista dell’appren-dimento questi soggetti si pongono in un atteggia­mento di difesa, sono polemici, hanno sempre qualcosa da dire. Solitamente hanno anche una buona capacità di azione o determinazione nelle scelte. C’è una tendenza a mantenere irreversibili-tà nelle decisioni.

Il tratto legato (linea che continua). Il tratto legato è caratterizzato dal fatto che la linea non si interrom­pe se non quando è necessario, e richiede al sog­getto una capacità di analisi e di sintesi. In genere appartiene a quei soggetti che sanno cogliere e le­gare tra di loro i problemi essenziali e che hanno an­che una certa coerenza nelle decisioni, nelle azioni. La caratteristica psicologica di queste persone è quella di avere una stabilità e costanza negli affetti, una perseveranza nelle azioni ed una tendenza alla riconciliabilità. Anche in situazioni di crisi, di rottura, tendono a venire incontro all’altro, a riconciliarsi.

A livello affettivo il tratto legato appartiene a quelle persone che non riescono a tollerare la separazio­ne, la fine di un rapporto, una interruzione che vie­ne vissuta sempre come una enorme crisi di abbandono molto profondo.

Il tratto slegato può manifestarsi in due modi: 1) trat­to ripreso e 2) falso legato.

Nel tratto ripreso la linea viene data dalla somma di tratti che si sovrappongono l’uno all’altro e crea­no sempre un effetto di sfumatura e chiaro-scuro. È determinato da una situazione di incertezza, da uno stato di ipersensibilità nell’affrontare le cose e le persone.

Il falso legato non è visibile facilmente: le linee po­trebbero anche essere legate, ma si conseguono, inizialmente, lasciando traccia, poi queste vengo­no interrotte, sollevando la matita e controllando che tutto vada bene, e così via. Sono linee che manca­no di fluidità.

Il tratto legato è sempre fluido, il tratto slegato è più statico, rallenta la creazione del disegno ed anche la creazione del pensiero, dell’immagine. In linea di massima il tratto slegato appartiene a soggetti che hanno una buona capacità di analisi, ma che pos­sono essere poco costanti nelle decisioni, nei pro­positi e che sono anche insta:bili nelle azioni e negli affetti. In genere sono soggetti che soffrono di ca­renze affettive, insicuri e tendenti a rompere il rap­porto, quando questo entra in crisi.

 

Pressione delle linee. È chiaro che il discorso sulla pressione va fatto solo per bambini che non abbia­no deficit motori. Per valutare bene la pressione, il foglio, su cui si disegna, non dovrebbe mai essere messo a contatto di un piano rigido, perché la rigi­dità tende ad appiattire la pressione; però non va neanche bene che ci siano troppi fogli sotto, altri­menti farebbe un effetto materasso. Il rapporto idea­le è di due o tre fogli sotto quello che si usa. Il modo migliore, per sentire la pressione, è passare molto leggermente i polpastrelli sotto il foglio; è chiaro che si può valutare la pressione solo se il bambino usa matite o pastelli.

La pressione indica l’energia vitale di una perso­na. E il « quantum » energetico disponibile e quin­di esprime sempre la forza, l’energia vitale, la vo­lontà.

Per determinare quanto una linea è premuta o no, c’è una scala graduata, in cui la linea va da sottile come un capello a..molto grossa, con una grada­zione da 10 a 100 (di 10 in 10). Una pressione me­dia può andare da 40 a 70.

La pressione sottile indica una resistenza interiore, una capacità di sopportare gli eventi, di non frantumarsi di fronte all’ostacolo. Indica anche un temperamento di incontro, disponibilità all’altro, duttilità mentale. In genere la pressione sottile appartiene a persone piuttosto riguardose, che non amano né atteggiamenti, né espressioni eccessive, volgari; c’è una delicatezza nel modo di porsi.

Possiamo avere però delle situazioni in cui questa pressione diventa eccessivamente sottile. Questa si­tuazione è sempre indicativa di una forma di ipersensibilità, di vulnerabilità interiore. In genere ap­partiene a quei soggetti che non riescono a difen­dersi dalle continue sollecitazioni dell’ambiente e, quindi, si trovano in uno stato di continuo coinvolgimento emotivo. La pressione molto sottile denun­cerà anche un complesso di inferiorità, l’incapacità di far valere i propri diritti, di farsi valere e di impor­si. Sono persone che hanno un grandissimo rispetto della libertà altrui, quindi sono poco adatte a fare i leaders.

La pressione sufficientemente marcata esprime un’energia vitale forte, un’energia d’urto. Non vuol dire che colui, il quale ha la pressione un po’ mar­cata, cerchi lo scontro, ma non fa niente per evitarlo, cioè non ha paura di scontrarsi. In genere ap­partiene a soggetti che tentano di imporsi ed acquistare un peso nell’ambiente.

La linea molto premuta e curva indica una voglia di imporsi, esercitata con una tonalità morbida. Que­sti soggetti non si impongono, ma cercano di attrar­re gli altri dalla loro parte.

La linea premuta e retta è caratteristica, invece, di colui che ha ragione a tutti i costi e la vuole impor­re con fermezza. Quando la pressione diventa esageratamente forte è segno che questi soggetti sono ricchi di aggressività, anche inespressa, o che, per un nonnulla, esplodono in scatti di collera violentissimi o manifestano ira, quando si vedono disubbiditi o ignorati. Queste persone sono ambiziose, con una tendenza a voler dominare nelle compagnie e nel loro ambiente. Tanto più accentuata è la pres­sione, tanto più per il soggetto è difficile rispettare la libertà dell’altro per un’energia non controllata. È da tener conto che l’energia si modifica anche in base all’età. Bambini molto piccoli nella fase del­lo scarabocchio premono moltissimo per due motivi: uno è un motivo fisiologico, legato allo sviluppo del controllo neuromuscolare, l’altro può essere do­vuto ad una pressione, data da una volontà psico­logica.

La pressione discontinua è data da una variazione di pressione nello stesso andamento. Questo indica un conflitto tra le proprie istanze istintive e l’im­patto con la realtà.

La pressione delle linee assottigliate. Di solito sono linee discendenti, che iniziano molto grosse e via via si assottigliano nello stesso andamento. In que­sto caso l’assottigliamento si ha premendo inizialmente sulla carta, e gradualmente, agendo con una pressione sempre meno intensa. In questo caso l’e­nergia che si affievolisce indica entusiasmi brevi, una incapacità a portare fino in fondo l’attività ini­ziata, un timore di esprimere la propria volontà. Il soggetto ha ansie e paure notturne, è come se avesse paura della sua stessa attività: inizia una co­sa, e poi si spaventa di averla cominciata, e quindi si ritrae.

Analisi interpretativa dei colori

Nella valutazione dei colori gli elementi interessati sono: il colore predominante ed il colore rifiutato. Adesso c’è una netta rivalutazione del significato simbolico del colore, cosa che per lunghi anni, nel­la nostra cultura occidentale, è stato ampiamente dimenticato. Il colore è rimasto come simbolo nelle situazioni religiose, oppure nell’araldica, dove si è avuta la prima sistemazione simbolica del colore. Al colore viene anche affidato un potere risolutivo in alcune situazioni; pensiamo, ad es. che tutta la medicina orientale, in particolare tibetana, lavorava moltissimo sull’uso del colore. Da sempre, nella medicina orientale, le affezioni della pelle venivano curate coprendo la parte malata con della seta blu, una fibra naturale di colore blu.

Nella moderna cromoterapia, si è visto che il blu re­gola l’apparato di autoriparazione dell’organismo e l’organo che viene governato dal blu è proprio la pelle.

Questi studi, che attualmente sono legati alla cromoterapia ed anche alla cromopuntura (una forma particolare di agopuntura), nascono in Occidente da una valutazione obiettiva, hanno preso infatti l’av­vio dalla definizione del colore di Newton: il colore non come impressione dell’occhio, ma come luce che si trasmette ad una certa lunghezza d’onda. La reazione che ognuno di noi ha dei colori, è una reazione che investe profondamente. Il rifiuto per un colore, non ha solo il senso di « non mi piace », è proprio un rifiuto sollecitato dalle corde interne, dalle dinamiche interiori, estremamente profonde. La risposta di un individuo al colore quindi è una risposta decisamente più ampia di quanto questo possa rappresentare.

Anche nel disegno la scelta del colore, da parte del soggetto, non è mai casuale. Quando un soggetto sceglie un colore, manifesta il proprio modo di es­sere, e l’analisi di quelle superfici che possono essere neutre, come i vestiti di una figura umana, diventano indicativi, molto di più di quanto non lo siano i colori utilizzati per il disegno di un albero, di cui finirò col fare, convenzionalmente, il tronco marrone e la chioma verde.

Come si sviluppa nel bambino la percezione del colore.

Al bambino molto piccolo il colore in sé non inte­ressa. È percepito solo come uno strumento che lascia una traccia più o meno piacevole, ma per questa non c’è una scelta intenzionale.

Il bambino comincia ad avere una intenzionalità rap­presentativa quando impara a distinguere i colori, quando lega la scelta alla piacevolezza indotta dal colore stesso. Un bambino può scegliere un co­lore che gli piace, molto prima di saperlo ricono­scere e molto prima di saperlo denominare. Lui sa che gli piace quello, indipendentemente dal suo nome.

Questo è il periodo degli assurdi cromatici: alberi viola, figure verdi, prato arancione, ecc… Proseguendo nell’evoluzione il bambino scopre che il pra­to è verde, ed il colore verde diventa la caratteristica del prato e si ha un’associazione inscindibile tra co­lore ed oggetto.

In questo modo il bambino entra in quella fase che viene definita oggetto-materialistica, che ha il mas­simo dello sviluppo nella fase della latenza e quin­di, essendo la fase di maggior conformismo, è anche la fase dove le associazioni cromatiche sono più standard: un marrone che è sempre quello e tutti gli alberi hanno quei marrone.

Poi abbiamo un nuovo rifiorire della originalità cromatica nel periodo dell’adolescenza, dove, chi ha mantenuto con il disegno un buon rapporto, ricrea nuovamente situazioni di assurdi cromatici che, ma­gari inizialmente, hanno una intenzionalità provoca­toria nei confronti dell’adulto, ma che, in un secondo momento, questa originalità cromatica segue di più i! linguaggio simbolico inconscio.

E chiaro che la scelta di un colore, per quanto as­surda possa essere, è comunque indicativa delle emozioni che il soggetto sta vivendo e quindi non andrebbe mai corretta direttamente.

Nella valutazione dei disegni possiamo dire che ge­neralmente un bambino emotivamente ben adatta­to, usa in media 5 o 6 colori per ogni disegno, mentre soggetti più introversi e chiusi nel loro mon­do; tendono ad utilizzare solo 1 o 2 colori. L’assen­za di colore può indicare un situazione di asocialità, una situazione di vuoto affettivo o, più generalmen­te, il desiderio di non esprimersi.

Molto interessante è, per es. nei test della famiglia, l’assenza di colori in determinati personaggi, per cui tutti vengono colorati, meno uno: è chiaro che quello è il personaggio conflittuale.

In linea di massima possiamo dividere i colori in: caldi e freddi.

 

I colori caldi (rosso, arancione, giallo) esprimono, provocano, suscitano attività, eccitazione, danno se­renità, gioia di vivere, impulsività e vengono usati, in genere, dai bambini attivi, vivaci, curiosi, con una grande gioia di vivere.

 

I colori freddi (viola, blu, azzurro) manifestano pas­sività, calma, inerzia, riflessione; possono ispirare anche tristezza e malinconia. In genere vengono usati da bambini abbastanza timidi, introversi, ripiegati su se stessi. Quando questi colori vengono as­sociati a molto nero o a molte zone lasciate bian­che, abbiamo bambini che hanno spunti di tipo depressivo.

Il verde, essendo la somma del giallo e del blu, può essere caldo o freddo, a seconda della prevalenza del giallo o del blu. In linea di massima il verde vie­ne considerato il colore dell’equilibrio, equilibrio tra giorno e notte, tra caldo e freddo, tra interno ed esterno. È il colore che rappresenta la tensione ela­stica, ed è questa che filtra tutti gli stimoli esterni, che devono entrare nella persona.

Uso del nero. Molte volte si abituano i bambini a contornare di nero gli elaborati. Questa è una tecnica che va bene come tale (fumetto, caricature, ecc…). Dal punto di vista psicologico contornare un colore di nero equivale a contornare quel colore di una cappa di piombo, che impedisce al colore stes­so di esprimersi. Contornare le figure di nero impe­disce al colore, e quindi all’energia contenuta in quella figura, di esprimersi. Ad un colore luminoso e radiante come il giallo, se bloccato con il nero, si impedisce, ad esempio, alla sua luminosità di manifestarsi. Il nero è un colore che nei bambini è ab­bastanza frequente; ma è il colore della morte, del nulla, della inattività, del buio, l’assenza di luce. Il nero indica quindi la repressione di una situazione interiore ed esprime tristezza. In genere chi usa mol­to nero è un po’ rivolto contro tutti ed una rivolta inattiva, non è una rivoluzione, è una rivendicazio­ne silenziosa. Nei bambini c’è molto nero, perché spesso non trovano il modo e lo spazio per ester­nare le loro efficienze, quindi il nero può essere stret­tamente legato alla manifestazione di questa diffi­coltà di avere soddisfatti i propri bisogni.

Molto frequente si presenta il nero nella fase adolescenziale; però qui diventa alternativa di colore, non è un colore aggiunto. Mentre i bambini usano tanti colori ed anche il nero, spesso nell’adolescente il nero diventa il colore di elezione. In questo caso lo possiamo considerare come una tendenza alla ri­volta contro il resto del mondo ed anche la tendenza a un desiderio di non dichiararsi, di non esprimersi.

Da Rivista L’insegnante specializzato, 1/92

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[1] Libera sintesi dei contenuti del seminario sul tema: « Disegno come analisi dello sviluppo cognitivo e psicologico del bambino” tenuto per conto dell’ASSIS – Associazione Internazionale Insegnanti Specializzati, dalla Prof.ssa Maria Raugna ad Arezzo nel novembre del 1990.

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