Ortopedagogia

Le basi teoriche dell’ortopedagogia rimandano ad un lontano passato, precisamente al 1800, anno in cui Jean Marc Gaspard Itard iniziò ad impegnarsi intensamente al recupero di un giovane, Victor, descritto come “uno strano essere subumano: incapace di parlare e comprendere il linguaggio degli uomini, abituato a nutrirsi di ghiande e radici, ignaro di ogni usanza civile”. A ll’Itard è seguita l’opera preziosa di Eduard Séguin, tradotta in un metodo per il recupero degli idioti, cui faranno seguito il metodo didattico del Montesano e quello per l’educazione dei deficienti di Sante De Sanctis, esposto in un libro (L’educazione dei deficienti, Vallardi, Milano, 1915) dedicato “alle persone che amano la scienza anche quando essa reclami umili mansioni; a quelle che sentono la simpatia anche pei fanciulli brutti, molesti, viziosi, ottusi e inconsapevoli del bene che ne ricevono”. Tali metodi rappresentavano modalità afferenti alla pedagogia emendativa a cui farà seguito la pedagogia differenziale e, nei paesi dell’Est, la difettologia.

A partire dalla metà degli anni Trenta, a queste discipline si aggiunse in Belgio, Olanda, Svizzera, Stati Uniti, Canada e Argentina l’ortopedagogia, titolo conseguito nelle facoltà universitarie. Ancora oggi l’ortopedagogia è ritenuta di notevole importanza in molti Stati, il titolo di “ortopedagogista” o di “professore terapeuta ortopedagogista” permette di operare in centri e studi privati di ortopedagogia, concorrere in servizi nelle scuole, e di ottenere, come in Svizzera, l’autorizzazione per svolgere attività psicoterapeutica.

In Italia l’appellativo di ortopedagogia-ortopedagogista cominciò ad essere utilizzato negli anni Quaranta e trovò la sua massima espansione negli anni Sessanta. Il titolo veniva assunto autonomamente da laureati in lettere, filosofia, sociologia o pedagogia (la laurea in psicologia ancora non esisteva), che avevano maturato una personale professionalità e l’avevano sostenuta con ricerche ed esperienze acquisite sul campo; professione condotta sia nel pubblico che nella libera professione. Più tardi nelle Scuole Magistrali Ortofreniche l’ortopedagogia diviene una disciplina di insegnamento. L’ortopedagogia nel nostro Paese nacque da un bisogno reale e pressante, emerso quando, alla fine degli anni Cinquanta, si iniziò a privilegiare un massiccio intervento differenziato e specializzato di insegnamento-trattamento per soggetti distinti e divisi per tipi di patologia e gravità. Furono istituite le “scuole su misura”, ovvero le scuole speciali, scuole per soli ciechi, per soli sordi, per soggetti con deficit fisici, per insufficienti mentali, ecc. e gli istituti medico-pedagogici, con o senza internato, ancora oggi presenti all’estero. A ciò, negli anni 1961-1962, si aggiunse l’apertura di istituti medico-pedagogici provinciali per accogliere i bambini che si trovavano nei reparti per minori degli ospedali neuropsichiatrici.

Fu in queste strutture pubbliche che trovarono spazio gli ortopedagogisti, chiamati a coordinare gli interventi di recupero, così come negli Istituti di pedagogia delle Università e nei Comuni in affiancamento agli assessori alla pubblica istruzione per avviare i primi “inserimenti” nelle scuole dell’infanzia e tutelare le nuove conduzioni degli asili nido.

Su queste esperienze si ricordano alcune pubblicazioni di grande interesse, come Cervellati, J. (1968). Didattica differenziale: guida di ortopedagogia applicata. Firenze, Giunti e Barbera, e la rivista “Rassegna ortopedagogica”, a cura della Fondazione Stella Maris (1972) e, sempre ad opera di ortopedagogisti, tante relazioni tenute in congressi organizzati dalla Società Italiana per l’Assistenza Medico-Psico-Pedagogica ai Minori dell’età Evolutiva (SIAME) e dalla Società Italiana di Neuropsichiatria Infantile (SINPI).

Effettivamente negli anni Settanta il contributo ortopedagogico era assai significativo, ma risentiva in maniera massiccia di un’arretrata politica di sanitarizzazione con progettualità di recupero legate a una concezione patologico-terapeutica, condotta spesso in un ambiente artificiale dove tutto si adattava al deficit.

L e azioni erano indirizzate all’esclusivo perfezionamento di processi elementari, all’allenamento delle singole sensazioni o dei singoli movimenti, si inseguivano procedimenti artificiosi, interventi terapeutici in cui l’handicappato riduceva le sue esperienze ad atti esecutivi realizzati solo ai fini dell’addestramento. All’ortopedagogista si chiedeva di agire troppo spesso in condizioni di separatismo, di sostanziare la cultura sensoriale e dell’ortopedia psichica conformata e adattata al deficit della persona. Queste e molte altre riflessioni indussero gli ortopedagogisti nel 1974 a riunirsi su invito di Guido Pesci, presso il Centro Studi Antiemarginazione a Firenze, per decidere la riprovazione per gli interventi settoriali e l’obsoleta cura del deficit che venivano eseguiti ed accogliere le linee guida di una nuova disciplina presentata da Pesci che definì “pedagogia clinica” caratterizzando altresì la professione del pedagogista clinico. Nel dibattito Pesci ebbe modo di definire l’accezione di “clinico” come “cura della persona”, focus dell’elevazione e della solerzia di una dottrina chiamata a rispondere alle esigenze delle persone di ogni età, della coppia e dei gruppi con interventi di aiuto per mezzo di attenzioni educative. In questo incontro fu fondato il Movimento dei Pedagogisti Clinici.

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