SVILUPPO DELL’IO E TELEDIPENDENZA

ROSI GALLENI FABBIANI

L’uso improprio ed eccessivo della televisio­ne produce, a lungo termine, effetti dannosi sia nell’area familiare che in quella individua­le: davanti al televisore tutti diventano spet­tatori passivi, spesso ridotti ad un’immobilità fisica tanto prolungata da favorire l’instaurarsi di un’innaturale condizione regressiva.

Quando la famiglia tende a sostituire la pre­senza di questo strumento al dialogo ed allo scambio diretto di esperienze, si crea il clima adatto all’insorgenza di numerose anormalità di comunicazione, che sono tanto più preoc­cupanti quando coinvolgono i bambini molto piccoli.

Nel caso in cui il televisore venga, addirittu­ra, usato come bambinaia meccanica, seri danni a livello dei meccanismi percettivi, dell’apprendimento, dell’evoluzione psichica potran­no essere valutari nel tempo; la fruizione ec­cessiva e precoce dei programmi televisivi provoca, perciò, il pericolo di arresti e altera­zioni dello sviluppo sia cognitivo che emotivo ed affettivo.

Questo, in sintesi, è quanto afferma la psicoanalista argentina Raquel Soifer nel suo saggio “EI nino y la televisión », pubblicato a Buenos Aires nel 1981 come risultato di una ricerca condotta sia in ambito clinico, che scolastico e familiare.

Nel suo lavoro, la Soifer descrive un nuovo quadro clinico, che si presenta nei bambini molto piccoli quando assistono per molte ore di seguito, ogni giorno, agli spettacoli televi­sivi e che risulta da una carente organizzazione dell’Io causata appunto da questa abitudine. Si tratta di una “teledipendenza” che viene definita televisite, quando rimane nei limiti di un quadro nevrotico e televisiosi, quando suine carattere psicotici.

FENOMENOLOGIA DELLA TELEDIPENDENZA

In famiglia

I bambini che guardano la televisione troppo presto e troppo a lungo presentano un insie­me di sintomi che mai i genitori colleghereb­bero con quest’abitudine così diffusa e “co­moda”: fino a circa due anni, in genere sof­frono di terrori notturni, per che si svegliano spaventati durante la notte e chiedono di dor­mire con i genitori; spesso presentano con­vulsioni di tipo febbrile, inappetenza fino al­l’anoressia, bronchiti ricorrenti.

Da due ai sei anni, approssimativamente, si aggiungono disturbi del linguaggio, rituali ed altri comportamenti anomali, mancanza del controllo degli sfinteri, aggressività eccessiva oppure timidezza esagerata, problemi di inserimento nella scuola materna, asma.

Dai sei anni in poi, questi soggetti possono poi manifestare negativismo, condotta antiso­ciale, difficoltà scolari gravi, allucinazioni e deliri.

Possono insorgere fobie acute e complicarsi i rituali, possono presentarsi varie forme di autoaggressione, fino a tentativi di suicidio.

A scuola

Gli insegnanti, di solito, giudicano questi bam­bini intelligenti, però troppo irrequieti, insta­bili, con scarsa capacità di concentrazione.

Spesso incapaci di integrazione sociale, non sanno partecipare ai giochi comuni e attacca­no i compagni con violenza; in classe non stanno attenti, distraggono gli altri, contesta­no continuamente e, alla scuola media, si ri­bellano ai professori e promuovono veti e propri disordini.

Per quanto riguarda l’apprendimento in senso stretto, manifestano serie e numerose diffi­coltà, quali mancanza di memoria, scrittura pessima, dislessia, errori di ortografia.

Dallo psicologo

I bambini molto piccoli, dai due ai quattro an­ni, si mostrano spaventati da tutto ciò che è nuovo più di quanto sia normale a quest’età; perciò, al primo incontro con lo psicologo, si presentano impauriti e impacciati, veglione essere presi in braccio dai genitori e, quando si accorgono dei giocattoli, cominciano a pian­gere. Se riescono a tranquillizzarsi e ad avvicinarsi al tavolo dei giochi, manifestano im­paccio, scarsissima creatività, poca fantasia. Verso i quattro anni, i bambini accompagnati nello studio dello psicologo non si staccano dai genitori, si mettono il dito in bocca, gio­cherellano con gli abiti, rimangono assenti, a meno che non comincino ad imitare qualche personaggio della televisione, soprattutto dei cartoni animati o della pubblicità.

Succede, talvolta, che abbiano degli scatti improvvisi e gettino in terra tutti i giocattoli, quasi a sfidare gli adulti presenti. Solo dai cinque anni in poi questi bambini accettano di entrare nello studio da soli, ma rimangono immobili e assenti in un angolo, lontani dai giocattoli e dallo psicologo; dopo un po’ co­minciano a giocare con il proprio corpo, si mangiano le unghie, si tormentano i capelli (soprattutto le bambine), finché si appoggia­no alla sedia e rimangono seduti, fissando la parete opposta.

Queste condotte esprimono una condizione interiore di confusione e disordine, un atteg­giamento di passività e attesa (questi sogget­ti aspettano sempre che siano gli altri ad intrattenerli, come succede per la televisione), un’attitudine semplicemente ripetitiva (imita­no ciò che hanno visto negli spettacoli tele­visivi, ma non sanno riprodurre creativamente, come accade nel gioco).

Nei soggetti adolescenti, colpisce l’artificio­sità del linguaggio costituito di frasi fatte, ti­piche dei dialoghi di teleromanzi e film; inol­tre, essi non sanno sostenere a lungo una conversazione, sono incoerenti, non riescono a concatenare i fatti né a riflettere sulle cau­se di determinati eventi.

L’insieme di queste caratteristiche definisce un tipo di personalità labile che si disorga­nizza con facilità, tendente alla sottomissione e all’imitazione.

PSICOPATOLOGIA DELLA TELEDIPENDENZA

L’identificazione proiettiva e la catarsi ci permettono di godere di ogni spettacolo, sia cinematografico che televisivo o circense, po-nendoci in uno stato di regressione tempora­nea; questi processi sono infatti tipici delle prime fasi dello sviluppo.

Lo spettacolo televisivo, in particolare, ri­chiede un’intensa attenzione visiva ed auditiva, resa possibile dall’azione di que­sto meccanismo psichico assai primitivo, l’identificazione proiettiva, che ci permet­te di immaginare di entrare dentro l’al­tro e di sentire quello che l’altro sente, inducendoci a credere che noi siamo quel personaggio sullo schermo: non c’è distinzione fra il dentro e il fuori, il sé si confonde con gli oggetti, situazione normale nella prima fase dell’evoluzione psichica, nel periodo del nar-cisismo primario.

L’insieme delle sensazioni promosse dall’iden­tificazione proiettiva culmina in una catarsi: fuoriescono le emozioni contenute, represse, che sono state stimolate a farsi strada verso una scarica. È esperienza comune quella di piangere, ridere, soffrire, ecc., di fronte ad una storia che ci prende emotivamente, an­che se non la viviamo in prima persona, ma attraverso un personaggio con il quale, ap­punto, ci identifichiamo a livelli molto pro­fondi: ci sembra di gioire o provare dolore come se fossimo lui o come se lui fosse noi.

L’identificazione proiettiva dunque, che rappre­senta un meccanismo di transizione nello svi­luppo dell’integrazione dell’Io, costituisce un veicolo per la scarica delle tensioni inconsce, scarica che permette un relativo sollievo psi­chico; quando essa viene utilizzata in modo costante e massivo provoca, invece, degli ef­fetti negativi, soprattutto nel caso dei bambi­ni piccoli, per i quali non si può parlare di un ritorno ai meccanismi primari, bensì di una persistenza continua di essi.

Di fronte al televisore, il bambino proietta sulle figure che compaiono sullo schermo le proprie fantasie interne, instaurando con i personaggi un forte legame affettivo ed en­trando in simbiosi con loro; egli non riesce più a distinguere se stesso, perché viene an­nullato dalla forza travolgente delle azioni e dei sentimenti rappresentati.

Se tutto questo si ripete ogni giorno per di­verse ore, si verifica una sospensione quoti­diana delle funzioni dell’lo, che può provocare un arresto di sviluppo psicologico, indipen­dentemente dal contenuto dei programmi; quando poi il bambino, senza posa, subisce l’identificazione proiettiva con personaggi vio­lenti e prepotenti, “con condotte antisociali e disoneste, allora può prodursi tanta angoscia, perché vengono costretti ad uscire quei fanta­smi distruttivi interni dai quali egli cerca di difendersi attraverso le gratificazioni derivan­ti dal rapporto positivo con la madre e gli al­tri familiari.

Davanti al televisore si crea una situazione artificiosa: in assenza di esperienze reali di frustrazione, affiorano impulsi vissuti come pericolosi e s’instaurano difese innaturali.

Normalmente, infatti, l’identificazione proietti-va compare solo come reazione a stati psico­logici propri del bambino stesso, derivanti da dinamiche interne o esterne del momento, mentre la contemplazione di uno spettacolo di violenza può immergerlo per ore nelle pulsioni distruttive, anche se al momento di ac­cendere la televisione era sereno e soddi­sfatto.

Questa proiezione indotta e continuata di fan­tasmi terrorifici che riemergono nella psiche del bambino e rimangono attivi per lungo tem­po, è responsabile delle paure che durante il giorno lo rendono timoroso, irritabile, incapa­ce di accettare i cambiamenti e durante la notte turbano il suo sonno con incubi ricor­renti.

Si stabilisce, insomma, una condizione di pe­renne inquietudine e di permanente difesa che impedisce lo sviluppo di attività fondamentali per l’evoluzione psichica, attività quali l’esplo­razione ed il gioco, che richiedono fantasia, movimento, spirito d’iniziativa; il bambino permane nella situazione narcisistica prima­ria, caratterizzata appunto da una modalità di rapporto, l’identificazione proiettiva, il cui uso forzato e prolungato impedisce il progressivo stabilirsi di meccanismi più maturi.

Il narcisismo (che consiste nell’assenza di di­stinzione fra interno ed esterno, per cui tut­to è vissuto in modo massivo e confusivo, senza alcuna possibilità di separare le espe­rienze), in un’evoluzione regolare predomina fino a tre anni circa, epoca in cui comincia a retrocedere, per lasciare il posto all’amore oggettuale (in cui esiste un vincolo fra sog­getto ed oggetto, dunque una separazione dell’Io dal non-Io).

Il narcisismo primario è necessario per dare coesione all’lo; occorre fondere le esperienze attorno ad un centro unificatore, prima di es­sere in grado di viverle separatamente, senza percepirle come caos.

Lo stato narcisistico, caratterizzato dall’egocentrismo e dalla possessività, presuppone meccanismi quali l’onnipotenza, l’idealizzazio-ne, la mania: essi strutturano un particolare tipo di funzionamento mentale, il pensiero magico, che permette di illudersi che tutte le situazioni desiderate si realizzeranno senza nessuno sforzo od azione fisica, semplicemen­te per via mentale. Via via che l’evoluzione psichica procede, si organizzano i processi di sintesi e di memoria, la conoscenza degli og­getti, la discriminazione e la prova di realtà, che rendono possibile lo sviluppo del pensie­ro riflessivo e la disposizione ad apprendere: l’opposto dell’apprendimento è l’onniscienza (una variante dell’onnipotenza narcisistica), che porta il bambino a credere di sapere tut­to e di non avere perciò bisogno di imparare. La tendenza all’apprendimento sostituisce l’onniscienza appoggiandosi all’impulso a progre­dire, all’ansia di conoscenza, al bisogno di creare, tutte espressioni dell’istinto di vita che concorrono all’integrazione e al rafforza­mento dell’Io.

Se un bambino molto piccolo (nell’età in cui ancora non si è organizzato lo psichismo, dun­que prima dei cinque anni), passa ore ed ore solo, immobile, seduto a guardare la televi­sione, fuori dal contatto con la vita reale, im­merso nell’identificazione proiettiva e quindi impossibilitato a distinguere fra realtà e fan­tasia, fra mondo interno ed esterno, non può uscire dal narcisismo, non può percorrere le tappe progressive indispensabili per crescere: le sue potenzialità non potranno realizzarsi, egli rimarrà incompleto e immaturo, sia sul piano cognitivo che su quello emozionale.

L’incapacità di tollerare le frustrazioni, un’ estrema immaturità affettiva, la dispersione dell’attenzione, la difficoltà di concentrazione, la persistenza di paure irrazionali, una scarsa capacità di controllo sono il risultato di tale arresto di sviluppo psicologico; ne sono retta conseguenza le difficoltà scolastiche di vario genere, i disturbi del sonno e dell’ali­mentazione, l’eccitazione psicomotoria, l’enuresi, i ritardi nella socializzazione.

CONCLUSIONI

Raquel Soifer, in merito alle considerazioni esposte nel suo lavoro, formula una serie di proposte che richiedono la partecipazione di genitori ed educatori, perché il cambiamento che riguarda l’uso della televisione non può limitarsi ad un’area privata, ad una scelta in­dividuale, bensì richiede un impegno sociale volto a stabilire (o a ristabilire) un equilibrio diverso nell’uso del tempo, nella gestione dei rapporti familiari, nello sfruttamento dello spazio: non si tratta di eliminare, ma di sostituire e di sostituire con qualcosa di meglio.

1) Dato che il fatto di assistere a spettacoli televisivi disorganizza la mente dei bambi­ni piccoli, bisognerebbe evitare che essi vi assistano, per lo meno prima dei cinque anni d’età.

A partire da questo periodo, infatti, sempre che ci sia stata un’evoluzione regolare, un bambino dovrebbe essere in grado di di­stinguere fra fantasia e realtà, dato che il suo psichismo già dovrebbe avere un certo grado di solidità ed organizzazione.

2) La “contemplazione” dei programmi tele­visivi dovrebbe essere molto occasionale per i bambini fra i cinque e gli otto anni: vale a dire, circa mezz’ora alla settimana per i bambini fra i cinque e i sei anni; mezz’ora due volte la settimana per i bambini fra i sei e gli otto anni; a partire dagli otto anni, sempre in presenza di una crescita normale, la frequenza non dovrebbe supe­rare le tre o quattro volte la settimana, per non più di un’ora.

3) Per quanto riguarda gli adolescenti, biso­gnerebbe scoraggiarli dal vedere la televi­sione per più di un’ora, o al massimo due ore, al giorno, per evitare la loro naturale tendenza alla dipendenza.

Da Rivista L’insegnante Specializzato, 3/85.

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