Nipiologica – Il continuo, rapido, processo di crescita

L’uterogestazione termina ma la gestazione continua. Un primo passo verso il distacco della madre è compiuto, ma è ancora assai necessario mantenere questo stretto legame circolare-affettivo, in quanto indispensabile al figlio e alla madre, bisognosi di essere ras-sicurati l’uno dalla presenza e dalla vicinanza dell’altro, un momento in cui, il padre trova piena collocazione dando alla madre assistenza, protezione, calore, conforto e gioia.
Una triade che riesce, nella reciprocità degli scambi, a trasmettere sicurezza emotiva e stimoli affettivi validi, capaci di instaurare stati di calma e di tranquillità.
Infatti la buona intesa coniugale e l’accettazione del bambino da parte del padre, pongono le basi psicologiche della situazione a triangolo Padre-Madre-Figlio, essenziali per la personalità del bambino. Questi auspicati rapporti non sempre, purtroppo, si realizzano poiché l’uso e l’abuso delle nursery nei reparti ostetrici promuove l’allontanamento e l’isolamento; il piccolo viene così privato del rap-porto simbiotico che scaturisce dal primo abbraccio e dal primo cullamento: la madre sospende il proprio ruolo, il figlio rischia di sprofondare negli abissi della solitudine.
Dopo lo sforzo del travaglio, madre e figlio sono stanchi, affaticati, ma prima di abbandonarsi al sonno desiderano l’abbraccio, desiderano sentirsi uniti, perciò, in caso di forzato distacco, madre e neonato piangono il pianto del desiderio insoddisfatto. Al risveglio spesso la solitudine e l’abbandono in cui si riscoprono provoca nuo-ve crisi di pianto, crisi ancor più sviluppate nel piccolo se sistemato in un letto dalla forma piatta, l’opposto dell’ambiente uterino, dove, non avvolto e non protetto vive uno stato profondo di insicurezza e quindi di inquietudine. Manifestazioni comportamentali che possono presentarsi affievolite, ovattate, attutite, se il piccolo si trova vicino alla madre in modo che possa intervenire rassicurandolo col calore del suo corpo, con carezze e abbracci.
L’interesse di più persone nei suoi confronti lo irrita; si adagia invece ben volentieri alle cure di una persona della quale riconosce l’abbraccio, le carezze, il tono della voce, l’odore, una persona che procura in lui sicurezza emotiva e con la quale stabilisce buoni rapporti sintonici.
Sonno e nutrizione si alternano in questo clima di sicurezza e di fiducia senza alterazioni, traendo tutti i benefici psicofisiologici che possono derivarne.
Ancora i suoi interessi sono limitati al comodo giaciglio, al calore, al nutrimento, ma già si dà inizio ai primi scambi sociali. Nonostante la testa del piccolo non sia capace di stare dritta e siano necessari continui tentativi di raddrizzamento, egli osserva la madre ed assorbe da lei, con varietà di espressioni, il nutrimento per la vita.
Il piccolo dorme quasi di continuo, ma nei brevi periodi di veglia le esperienze che fa sono molto intense.
Le sensazioni cutanee e tattili, in specie localizzate in alcune parti del corpo e principalmente sulle labbra, gli permettono di cercare, di assaporare e gustare quanto il capezzolo gli offre, una esperienza, questa, sollecitata al tempo stesso dalla fame che gli produce contrazioni localizzate nella bocca e crampi allo stomaco. Il soddisfacimento dei suoi desideri e dei suoi bisogni è accompagnato ora, oltre che dalla capacità senso-tattile-gustativa, dalla propria bocca e dal proprio stomaco, dall’agitarsi delle manine, dal gorgheggio che si sviluppa in una emissione di voce sommessa e cantelinata simile al tubare, dal pianto quale mezzo di espressione e comunicazione che pian piano articola a seconda dei bisogni. Una modulazione quella del pianto che è grammatica utile all’adulto per leggere i vari significati del messaggio, discriminando il pianto per fame, per paura, per disagio, ecc.
Il bambino si mostrerà tranquillo e sereno, irrequieto e nervoso, a seconda delle cure e della disponibilità che l’adulto gli dimostra, non è quindi solo la vicinanza del corpo di un altro, il tipo di abbraccio, il calore, il battito ritmico, costante e monotono del cuore, ma la dolcezza, l’amore, la sicurezza nella quale è avvolto. All’esperienza senso-tattile-gustativa viene ad aggiungersi quella motoria e visiva.
Durante l’allattamento, oltre ai primi farfugliamenti cantilenanti, arrotonda le labbra nella piega del bacio, sorride, ascolta il canto della madre, si abitua ai rumori senza paura, tocca i propri abiti, stringe il naso e l’orecchio, fissa il seno o il volto materno. Il volto della madre viene scrutato a lungo, in particolare il bambino cerca di mettere a fuoco i suoi occhi e seguirne la traiettoria e, come questi, altri oggetti che si possono trovare di fronte a luí. È ancora un’esperienza in bianco e nero, la percezione visiva deve affinarsi, adattata alla luce ed agli effetti del chiaro e scuro, raggiungere le forme globali, i dettagli, i colori.
Se il neonato non è ancora in grado di riconoscere le persone per mezzo della vista, riesce però ad individuarle in base alle loro abitudini, al loro modo brusco o pacato di muoversi nell’ambiente circostante e all’abilità nel tenerlo fra le braccia, proprio. come percepiva i movimenti della madre mentre si trovava nel suo seno. La percezione uditiva, ormai assai sensibile, raccoglie in maggior misura i rumori tambureggiati e ritmici.
I colpi di luce, i rumori violenti ed improvvisi, sono sensazioni spiacevoli che determinano gran parte dei suoi aspetti reattivi ed hanno come denominatore comune lo stato di insicurezza e la paura, agenti che ostacolano spesso il processo di ricerca: il pianto che segue queste sensazioni spiacevoli assume un significato espressivo assai chiaro.
I movimenti incoordinati che hanno visto tutto il corpo muoversi alla ricerca di sé medesimo, una ricerca globale di sé, quasi a volere appurare la propria esistenza, hanno lasciato posto ad una motricità di tipo egocentrico che vede il soggetto impegnato nella conoscenza di ogni parte del suo corpo, sposta la mano e ne segue il movimento, aggiustando nel contempo la mira visiva ed adattando l’apparato ottico alle varie distanze, così con il piede, lo guarda, lo manipola, lo porta alla bocca.
Gesti che ripete incessantemente.
Lo spiccato bisogno di moto è sempre più manifesto.
Dai primi movimenti scattanti, disarticolati, raggiunge, attraverso un accordo fra stimoli e le reazioni che seguono, movimenti sempre più perfezionati e specifici. La motricità di tipo egocentrico lascia spazio così ad un’altra di tipo policentrico quale spostamento del corpo nello spazio alla ricerca e alla scoperta dell’ambiente.
I tentativi di raggiungere con la mano ciò che l’occhio ha visto e ciò che l’udito ha raccolto, continuano con maggior costanza e sicurezza. Abbraccia l’oggetto, poi lo afferra, infila dentro le dita, la mano, ne esplora l’interno e l’esterno, lo rigira, lo fa cadere.
La capacità oculo-motoria è seguita dall’atto prensorio volontario, accompagnato da movimenti coordinati compiuti bimanualmente e simmetricamente e indirizzati ad una finalità conoscitiva spesso seguita dal sorriso quale espressione di desiderio e di soddisfazione nella realizzazione dell’atto.
Il gioco sinergico fra muscoli agonisti e antagonisti si arricchi-sce di nuove esperienze-risposta.
L’atto è accompagnato da manifestazioni melodiche specifiche. Un susseguirsi di modulazioni, una specie di cantilena, o vere e proprie risposte modulate, espresse ad imitazione della valenza tonematica della parola.
Ciò che conosce è quello che noi avviciniamo alla sua sfera di azione, i caratteri emozionali seguono le sue scoperte, si prepara per andare verso il mondo 1).
Il lattante ha indubbiamente un gran bisogno di movimento e in questo quadro di espressione motoria sono caratteristici due tipi di attività: « Le prime reazioni circolari e le reazioni « ad eco » che si differenziano dalle precedenti nel senso che lo stimolo è esterocettivo e mettono più propriamente in gioco una socialità elementare che lega il lattante alle cose e agli esseri viventi. Queste condotte « ad eco » consistono nel riprodurre in modo automatico e fuggitivo la fine di una serie di gesti percepiti (es. la leggera flessione verso il palmo della mano dopo aver visto ripetuti gesti di « arrivederci ») 2).
Siamo al preludio dei primi atti imitativi che sono difficilmente differenziabili dalle condotte « ad eco », come ad esempio, il pianto che in un gruppo di lattanti diventa corale, in seguito al pianto di uno che ha iniziato per una causa ben precisa.
Si sviluppa così, una vasta e ricca gamma di attività motorie, utili alla comunicazione e che portano il bambino ad espressioni basate su una fantasia é malizia antelitteram, come, ad esempio, quando il piccolo esprime nello sguardo un atteggiamento in cui si mescolano gaiezza, candore ed eccitazione rivoltosa e sfidante.
Si inizia e si completa in questo gioco di rapporti prevalente-mente non verbali, quel processo di distinzione fra l’IO e il NON-IO che ha tanta importanza nello sviluppo affettivo.
Del linguaggio verbale il lattante comprende già molte espressioni, più di quante ne può utilizzare, soprattutto si dimostra sensibile alla intonazione e alla inflessione della voce, per cui l’aspetto tonematico acquista nel rapporto verbale adulto-bambino assai più importanza di quello fonematico, una espressione e comunicazione che ha indubbi riflessi sulla sua maturazione socio-affettiva e sul suo globale sviluppo psicofisico.
Questi brevi cenni sul nipio e il suo rapporto con l’adulto danno prova della dinamica dei linguaggi e dello spazio utile per un con-tributo della scienza psicopedagogica a favore di concreti orienta-menti su criteri educativi e preventivi.
Un vuoto che vogliamo vedere colmato.
(Pesci, G. (1978), Psicopedagogia nipiologica, Firenze Edizioni Il Cenacolo).