È il libro del Vygotskij che ci aiuta a connotare l’attuale anarchia pedagogica.
Il libro in cui si possono cogliere sollecitazioni per far fronte all’avvilente destino dei soggetti in difficoltà non è stato edito nel 2020, anno in cui se usi il termine “integrazione” anziché “inclusione” sei out, come lo eri quando utilizzavi il termine “inserimento” anziché “integrazione”. Non è neppure un libro che ha trovato spazio sugli scaffali in questi ultimi trenta anni in cui sono apparsi tutti questi diversi distinguo: inserimento, integrazione, inclusione.
Il volume di Lev Semenovic Vygotskij è apparso nel 1934, dal titolo “Fondamenti di difettologia”, e, pur senza aiuto terminologico: inserimento-inclusione, ben indirizza su teoria e pratica dell’educazione, su principi e prassi che ancora, nonostante il cambio e il distinguo sui lemmi, non siamo riusciti a concretizzare.
Sono trascorsi poco meno di cento anni e i fondamenti scientifici, metodologici e sociali di Lev Semenovic Vygotskij non vengono ancora né attualizzati, né perseguiti.
Il Vygotskij in epoche alla fine del ‘900 esegue ricerche e sperimentazioni sui vari processi e problemi educativi, dell’apprendimento e del comportamento, e ci offre con ricchezza di particolari proposte teoriche e tecnico-metodologiche con cui rendere concreta la conquista dell’autonomia delle persone in difficoltà, raggiungere l’integrazione sociale e il ripristino dei loro diritti sociali oggi fortemente limitati. Il rinnovamento è argomento del Vygotskij, sostenuto a rompere vecchi schemi per un nuovo modo indispensabile di operare, un’applicazione pratica e sistematica delle diverse strategie educative che sollecita di intraprendere.
Per il Vygotskij che gli addetti ai lavori occorre che cessino di conformarsi all’opinione comune che un soggetto in difficoltà è un malato e per il quale si devono attuare interventi di pedagogia patologico-terapeutica molto cari ai principi sanitari e pensare di risolvere con l’ortopedia psichica e la cultura sensoriale i problemi pedagogici e ogni compito educativo.
Occorre, dice L.S. Vygotskij, che alla pedagogia-terapeutica, dallo spirito ospedaliero e dall’attenzione scrupolosa alle minuzie della malattia, venga abolita la certezza che la psiche può essere sviluppata e curata per mezzo di esercizi ripetuti, affini all’ammaestramento, mantenendo così viva la confusione tra educazione e approccio zoologico.
Una pedagogia che legge e descrive gli organi solo in senso anatomico, incapace di riconoscerli come importanti organi sociali e psicoaffettivi rischia di vedere nella persona in difficoltà solo il deficit, solo l’aspetto patologico e non anche l’enorme riserva di salute. È ora di dare inizio a un rapporto educativo strutturato su uno studio dinamico del soggetto e perciò capace di constatare la gravità della disarmonia di sviluppo, di comprendere ogni momento della sua vita trascorsa e delle sue esigenze di essere sociale; si tratta di dover studiare la persona non solo come fenomeno organogenetico, bensì conoscerne ogni suo aspetto sociogenetico e psicogenetico, cioè non studiare il deficit, ma il portatore di un deficit.
1934-2020, sono trascorsi tanti anni da quando Vygotskij incitava a interrompere quei processi di anarchia pedagogica scambiata per inclusione e basata su una concezione puramente aritmetica dell’insufficienza, un’educazione condotta su un modulo quantitativo della sottrazione, poiché vuole ridotte nel numero le proposte didattiche e semplicemente rallentata la loro elaborazione.
I suggerimenti del Vygotskij non sono evidentemente ancora giunti a quanti continuano a ripetersi con un metodo di lavoro in aiuto ai soggetti in difficoltà strutturato su elementi puramente quantitativi caratteristica peculiare della scuola differenziale. Se il problema si riduce del resto a uno sviluppo quantitativamente limitato e ridotto nelle proporzioni, è logico, che nella pratica si proponga l’idea di un apprendimento ridotto e rallentato strutturato sui principi dell’anarchia pedagogica vygotskiana.
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