Nipiologia – Dalla vita intrauterina alla vita extrauterina

Non meno importante ed interessante della vita intrauterina, è la nascita e l’esterogestazione. Al momento del parto, madre e bambino hanno a lungo vissuto assieme, ambedue si sono preparati a questo atto fisiologico che, per l’insidia del cammino verso l’uscita, implica un vasto impegno psicologico. Rispettati i principi della sua alimentazione, il giovane essere, cresciuto con la potenza necessaria per aprirsi alla vita, persisterà nello sforzo fino a realizzare l’ordine espresso ed impetuoso del suo destino. L’equilibrio psicofisico nella sua natura meccanica, in simbiosi con quello materno, supererà così ogni costrizione ed ogni ostacolo che impediscono il realizzarsi dell’evento.
Il parto è un fatto biologico immerso in una fenomenologia psicologica, vissuto dalla donna e dal piccolo come un misto di speranza e di gioia, di paura, di tensione e dolore.
Infatti, nel corso delle analisi di bambini o di adulti, si ritrova spesso come sfondo, dietro ai fantasmi, alle angosce o ai desideri, la possibilità risentita con maggiore minore consapevolezza, di essere o no nel corpo materno.
L’ipersensibilità, l’ansietà, l’ingrandimento psicologico del dolore, possono produrre nel bambino disturbi della fantasia e dell’immaginazione e dare origine al fantasma pregenitale di divoramento, con la paura inconscia di essere mangiato,- divorato, o incorporato dalla madre; o ancora la paura o il desiderio corrispondente di man-giare lei, fantasmi di rigetto fuori del corpo della madre, come un elemento fecale o come un bambino, fantasma di penetrazione geni-tale del corpo della madre, con l’angoscia di perdere il proprio orga-no sessuale (castrazione, immagini di vagina dentata, ecc.) e infine l’angoscia di sparirvi tutto intero.
La claustrofobia, la paura dell’oscurità, cosa frequenti, possono interpretarsi nello stesso senso; e il gioco a rimpiattino che diverte tanto i bambini piccoli, può essere inteso come un tentativo di domi-nazione dell’idea dolorosa ed angosciosa della separazione. Segnaliamo ancora che desideri inconsci di ritorno nel seno materno hanno una traduzione molto chiara nel corso di certi stati psicotici, e possono essere uno degli elementi delle tendenze autodistruttrici (ritorno al ventre materno).
Anche la madre è soffocata dalla suggestione negativa ormai millenaria e biblica, secondo cui « deve » partorire con dolore.
Il credo di una rispondenza diretta fra dolore e parto, quest’ultimo considerato tanto migliore quanto più doloroso, continua a gravare sull’umanità, tanto che l’inizio del parto, talvolta, più che dall’ascolto attraverso il palpeggiamento, viene stabilito sulla base dell’intensità del dolore cui la donna è sottoposta.
Si assiste così che non appena la donna sente il più piccolo dolore si pone sulla difensiva contraendosi, arrivando per questo al periodo terminale del travaglio completamente stressata.
Una fase, quella delle contrazioni dell’utero, che richiede alla madre una partecipazione controllata assai utile al bambino, poiché gli procura forti stimolazioni alla pelle, contrazioni, che assolvono in gran parte le stesse funzioni e le stesse finalità del leccamento del neonato negli animali.
Nel ventre materno il bambino è stato costantemente stimolato dal liquido amniotico e dalla crescente pressione del proprio corpo contro le pareti dell’utero e queste stimolazioni, che sono molto intensificate durante il travaglio, hanno lo scopo di preparare gli apparati fondamentali del bambino al funzionamento posturale, assai diverso da quello richiesto nell’ambiente liquido dove ha trascorso fino allora la sua vita. Dopo questo processo preparatorio inizia il periodo espulsivo.
Il bambino fuoriesce compiendo un lungo-breve viaggio colmo di insidie, un viaggio che procura, secondo i più, uno sconvolgimento complessivo, un trauma, una violenza.
Il piccolo, stanco, stremato, traumatizzato, a volte ferito o contuso, gli occhi accecati dalla viva luce, il corpo attratto dalla forza di gravità, sollecitato dai mutamenti della pressione, è stimolato, per bisogno di ossigeno, da un pressante impulso a respirare.
Un grido e la respirazione ha inizio, seguita spesso da pianto, tosse, affanno, e da contrazioni del volto come a voler dimostrare gli effetti dolorosi per l’aria inspirata, il bisogno di aiuto, la stizza e l’indignazione o, a volte, una vera e propria protesta.
Il processo di apprendimento della respirazione è considerato uno stress indispensabile specie se si considera che se il neonato non comincia a respirare subito dopo essere stato separato dalla fonte di ossigeno materna, si corre il rischio del determinarsi di lesioni delle cellule cerebrali e, nel caso di prolungamento di questa astenia, la morte.
(Pesci, G. (1978), Psicopedagogia nipiologica, Firenze Edizioni Il Cenacolo).