Nel 1973 il sovrano Mohammed Zahir Shah viene defenestrato con un colpo di Stato da suo cugino ed ex Primo Ministro Mohammed Daoud Khan il quale, abolita la monarchia e sostenuto dalle forze armate dell’Unione Sovietica proclama la Repubblica Democratica dell’Afghanistan (RDA) con egli stesso Presidente e Primo Ministro. In questo periodo di stabilità politica di questo paese, non poteva mancare il desiderio correlato alla cultura e concepito per entrare in contatto e conoscere nuove persone, poiché lo scopo del Movimento dei Pedagogisti Clinici orientati a rilevare ogni aspetto emarginante la persona, era l’obiettivo di rafforzare l’identità di chi viveva in questi territori e in queste diverse culture, di esplorare e conoscere l’Afghanistan. Per ciò ci siamo messi in viaggio, Guido Pesci ed io, Milena Bargellini.
Le notizie che ci erano giunte su quelle genti, avevano creato un forte desiderio e, con queste aspirazioni, nell’ottobre 1977 si prende un aereo per raggiungere l’Afganistan e entrare in contatto con quelle realtà.
Di questa esperienza, sapendo che al ritorno ci saremmo dovuti soffermare ad esporre in incontri di magistero del Movimento dei Pedagogisti Cinici, in maniera abbastanza dettagliata ogni situazione partecipata, abbiamo preso nota con diligenza di ogni fatto saliente e arricchente, che qui presentiamo.
“Si scende a Kabul ed è immediato il tuffo nella loro realtà quotidiana, una folla disordinata senza essere dinamica, anzi lenta quasi pensierosa o riflessiva, attivi pur senza grande fretta gli artigiani nei loro laboratori, i commercianti e i fornai del Nân-i Afğânī, il pane nazionale dell’Afghanistan cotto in un tandoor, un forno cilindrico sulla cui parete viene incollato l’impasto per farlo cuocere e quando cotto, prima di staccarsi da solo viene preso con lunga pinza di ferro. Ti guardi intorno ed è un tumulto di cose da vedere e particolari i comportamenti come l’utilizzo delle fogne per lavare di tutto, perfino i preservativi. Una realtà quotidiana in cui non eri preparato a trovarti in mezzo a burqa o niqab neri, ben conoscevamo la donna islamica con i suoi abiti e i suoi veli, ma non le donne in nero con il niqab, ciò ci ha provocato una sensazione, senza giudizi meditati, associata a imposizioni, divieti, interdizioni. Poi, ci sei, ti soffermi e aiutati da principi di etnoantropologia lasci spazio all’accoglienza e ti proponi in maniera più ravvicinata. Si incontra una popolazione di religione musulmana, espressione delle diverse etnie con propri dialetti e tradizioni, genti diverse, ma con noi, che certo non ci eravamo messi gli abiti locali per non farci notare, e sicuramente proprio perché “altri da loro” attratti da curiosità (del resto come eravamo noi) tanti uomini si sono dimostrati disponibili ad una dinamica delle relazioni con moti sorridenti e accoglienti, comunque ricca di simpatia. Una dinamica che si pensava potesse trovare molte più resistenze con le donne e le giovani ragazze, invece il successo è stato mantenuto, del resto noi eravamo una componente maschile (Guido) e una femminile (Milena).
Abbiamo potute avvicinarle, guardare i loro occhi espressivi, e, in circostanze di rispetto, scoprirsi dal velo e dichiarare con entusiasmo le loro lamentele e il loro auspici di una futura maggior libertà e un radicale cambiamento nelle politiche scolastiche, tanti altri gli argomenti, tra cui il desiderio di visitare l’Italia, esaltando in particolare l’arte e la musica.
A Kabul abbiamo trovato il tempo per la visita ai giardini di Babur, al museo Nazionale a Darulaman, alla moschea… poi via dalla città per visitare i centri commerciali all’aperto e le abitazioni che si incontrano incorniciate sulle montagne seguendo l’unica strada asfaltata che collega Kabul alla città uzbeka di Hairatan, destinazione Balkh. Le soste lungo il percorso, prima di incontrare Pole Khomri, sono state una grande opportunità per comprendere i diversi comportamenti di quei contadini al lavoro nei campi e le genti in città. Dalla strada cerchiamo di raggiungere le tante persone, uomini, donne e bambini, impegnati al lavoro nei campi e, mentre ci avviciniamo li vediamo tutti cessare di lavorare (queste donne, almeno mentre lavoravano non avevano il niqab) e i bambini venirci incontro festosi, richiamati subito dalle donne con urla e chiari moti aggressivi e poi con lanci di sassi contro di noi. La nostra guida aveva supposto questa reazione anche se non così feroce e mentre noi ritornavamo sui nostri passi, decide di incontrare i contadini, di parlarci e tornare da noi con un uomo per spiegarci quel comportamento. La reazione era stata provocata dall’uso delle macchine fotografiche con cui dimostravamo l’intenzione di fotografare i bambini i quali, se sottratta l’immagine, avrebbero rischiato morte o malattie. È stata una esperienza traumatica per noi, ma utile per annotare quanto l’altissima percentuale di morti poteva giustificare tanta preoccupazione. Durante lo spostamento verso Pole Khomri sono state molte le soste e gli incontri nei campi e nei mercati lungo le strade, creando con tutti ottimi rapporti. Giunti alla città Pole Khomri e di Aybahm siamo andati a visitare, su di una collina, un sito archeologico (IV-V secolo a.c.) con grotte buddiste scavate nella roccia e stupa dalla forma di tumulo. Poco dopo siamo giunti a Mazar e Sharif con l’obbligo di visitare il Santuario di Hazrat Ali o moschea blu che lascia una sensazione del bello, del poetico, un abbraccio. Nella piazza una infinità di piccioni bianchi, simbolo di pace, amore e onore che creavano una sensazione di appagamento estetico, bianchi, esclusivamente bianchi perché, ci sussurra la guida di fede islamica, data la sacralità del posto se grigi sono destinati a diventare bianchi.
È questa una città operosa, si trovano preziose stampe, tappeti annodati a mano e una disponibilità al colloquio, con dichiarazioni senza troppe cautele sulla politica e le conseguenze sugli equilibri sociali, la povertà, i conflitti etnici e l’emarginazione. A circa 20 km visitiamo i resti dello splendore di Balkh, area che anima il pensiero storico, è stata conquistata da Alessandro Magno intorno al 330 AC poi distrutta dai Mongoli di Gengis Khan nel 1220.
Tornati a Pole Khomri, ci dirigiamo verso nord est, con soste a Baglan, Konduz e Shir Khan Bandar ai confini con Tagikistan, dove ci accoglie un lago dai pesci dorati e dove si viene circondati da un gruppo di bambini che chiedono medicinali, preoccupati per un loro compagno che aveva dolori lancinanti allo stomaco; volti preoccupati testimoni di solidarietà umana.
In questi nostri spostamenti sono tante le volte che abbiamo incontrato carovane di kuchi, nomadi pashtun che migrano nel paese alla ricerca di pascoli ma non solo, commerciano un po’ di tutto. Sono persone dichiarate schive e aggressive, comportamenti che noi, nei tanti incontri con carovane diverse, non abbiamo mai incontrato. Le persone delle carovaniere che abbiamo viste da lontano si sono mostrate come prese dai loro pensieri, e tutti quelli che abbiamo avvicinato si sono dimostrati accoglienti, senza neppure il timore della macchina fotografica, fino a rendersi disponibili a farsi fotografare e a fotografare i bambini; bambini belli, ben nutriti, gioiosi. Uomini e donne con una corporatura solida e con volti con dei tratti bellissimi, con indosso orecchini stupendi, donne senza veli, capaci di suscitare ammirazione, donne con vestiti tradizionali colorati, fatti a mano, vestiti a manica lunga con una gonna intera conosciuta come kamiz o firaq e pantaloni liberi chiamati partug.
Tanti i nomadi incontrati anche quando ci siamo diretti a Bamian passando da Zarkharid nella provincia di Vardak, in villaggi o semplici luoghi abitati come Kalow, Kalu, Gonbad, e a Tupchi, un villaggio già nella provincia di Bamian.
Bamian, il fascino dell’ardire e della bellezza con le sue due enormi statue di Budda catturate alla roccia. Qui il fascino ti porta a rinunciare a tutto, non hai voglia di fare alte ricerche sulla società e la sua organizzazione… rimani a respirare il simbolo. Passando da Maidanshahr e Kala, è continuato lo studio e l’approfondimento di vita e cultura e così procediamo verso sud ad incontrare Bakhtyara e spingerci a Mosahi, circondata da montagne dove non pareva potessero esserci villaggi, quando invece si scopre lassù, in alto, in mezzo alle rocce, un insieme di tante persone accampate nel nulla che, quando ci hanno visto si sono precipitate giù per venirci incontro e noi mossi per andare incontro a loro. Purtroppo però questa opportunità di incontro ci viene immediatamente impedita per l’intervento della polizia (uscita dal nulla) che circonda quelle genti e le obbligano a tornare nelle alture. Alla nostra sorpresa ci spiegano che si tratta di persone affette da colera e quindi deportate lì e impedite ad avere contatti con altri. Una esperienza che avevamo avuto anche in Nepal con persone isolate nelle montagne perché affette da lebbra.
Continuando il nostro percorso, i villaggi che incontriamo sono fiabeschi, non per splendore di ricchezza, ma per la loro particolare bellezza; insediamenti tradizionali, realizzati con muratura o l’adobe, impasto essiccato di argilla, sabbia e paglia, ma che quasi si confondono con i colori del territorio attorno, come incastonati nella roccia.
In queste strutture gli abitanti presentano alti livelli di povertà sebbene siano abili in mestieri diversi, fra questi i lavori a telaio che, piccoli, impediscono loro di fare delle tele superiori a 60 centimetri con la conseguente necessità di appezzarli. È da questi artigiani che abbiamo comperato delle bellissime tele con figurazioni elementari. In questi villaggi solo alcune donne hanno dei veli copricapo, altre nemmeno quelli, tutte molto indaffarate, ma che si intrattengono con estrema semplicità e cordialità, con modi gentili e cortesi. Il clima amicale che si è creato in tante fra queste occasioni ha dato fiducia e le giovani ragazze hanno costantemente lamentato di non poter andare a scuola, troppo costosa, troppo lontana e spesso a loro osteggiata, ma anche sostenute da speranza per come le cose lentamente stessero cambiando.
L’ultima meta doveva essere Islamabad per la strada che porta al passo Khyber che collega l’Afghanistan con il Pakistan, ma viene dichiarata la presenza di Mujahidin, e ci viene impedito di andare avanti. L’insicurezza era ormai alta e veniamo a sapere che molti cercavano di andare via dal Paese e anche noi, dopo essere stati derubati dei passaporti, decidiamo di rientrare a Kabul, una città anch’essa non più tanto sicura.
Gli spostamenti che abbiamo fatto con accanimento ci hanno obbligati, salvo l’albergo di Kabul ad adattarci in ricoveri notturni, senza pretesa di avere acqua per lavarsi, salva una occasione in cui l’acqua è stata portata con dei secchi in un bidone ed usata per caduta; anche questo, così come ogni conoscenza di luoghi, ogni occasione di contatto e di incontro con persone e culture diverse è stato di grande insegnamento.
Viaggiare per apprendere qualcosa di più sugli altri e dagli altri, documentarci sulle diversità e l’emarginazione era il nostro obiettivo, ed è stato ampiamente soddisfatto. Un’esperienza intensa e stimolante che per noi pedagogisti clinici è un arricchimento dovuto sulla conoscenza del mondo in cui viviamo, rivolti ad apprezzare l’ambiente, le caratteristiche di singoli e di una collettività di fronte ai problemi della vita e dei rapporti con gli uomini.
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